#Appuntamentoconlastoria# – Tempo di guerra e sfollati a Pieve d’Olmi: le testimonianze dei pontecorvesi

di Umberto Grossi

Quante volte nei racconti di guerra narrati dalle persone che l’hanno vissuta, abbiamo sentito risuonare la frase”… siano stati sfollati lontano da Pontecorvo…”, con l’indicazione di una località ben precisa e abbiamo chiesto che cosa significasse essere stato sfollato e perché lontano da Pontecorvo.

La risposta alla prima domanda si può facilmente trovare leggendo la definizione di sfollato su qualsiasi dizionario della lingua italiana: sfollato s.m. – che, chi si è o è stato allontanato dalla propria residenza, oda un centro abitato, per evitare i pericoli bellici o in seguito a calamità naturali.

La seconda risposta invece si evince ripercorrendo gli avvenimenti bellici della fine del 1943 ,ma soprattutto dell’inizio del 1944, quando la furia della guerra, ma soprattutto dei bombardamenti, costrinse le popolazioni della valle del Liri e quindi anche i pontecorvesi ad abbandonare le loro case e quel poco  per fuggire verso luoghi sicuri.

Il fenomeno dello sfollamento, nato dalla consapevolezza che restare sarebbe stata una vera imprudenza, non fu solo volontario.

Infatti, quando gli alleati dopo aver conquistato Montecassino si trovarono di fronte la valle del Liri con le ulteriori fortificazioni apprestate dai Tedeschi per cercare di fermare lo loro avanzata verso Roma, i civili furono costretti ad andare via dai loro paesi, poiché gli stessi Tedeschi  decisero che era giunto il momento di far sgomberare le popolazioni e iniziarono a far sfollare le famiglie e chi cercava di opporsi era trascinato via con la forza.

Le destinazioni degli sfollati erano tante, ma tra quelle del nord Italia dove venivano avviati  era ricompresa anche la provincia di Cremona e qui giunsero le famiglie di Pontecorvo, che vennero destinate non solo a Cremona, ma soprattutto nel piccolo paese di Pieve d’Olmi, dove giunse la maggior parte di esse, mente pochi altri pontecorvesi furono dirottati nel vicino paese di Sospiro.

A Pieve d’Olmi ebbe inizio in una fredda sera d’inverno del gennaio 1944, quella storia di solidarietà, i cui racconti sono contenuti  nel Quaderno  n.6 del Museo delle Battaglie, realizzato  per ricordare il Patto di Gemellaggio stipulato nel 2007 tra Pontecorvo e Pieve d’Olmi a ricordo della  “solidarietà in tempo di guerra“ dimostrata  dagli abitanti del piccolo paese nei confronti dei nostri concittadini ivi sfollati.

Questo primo #Appuntamentoconlastoria#, dopo l’esordio della rubrica dello scorso 4 agosto, è dedicato appunto alle testimonianze di coloro che vissero quella esperienza e  ne riportiamo alcune:

Testimonianza del sig. Vittorio Zonfrilli

“ Il mio  nome è Vittorio Zonfrilli e sono uno dei tanti Pontecorvesi che furono ospitati neglii anni 1944/1945 da famiglie del nord Italia, perché sfollati a seguito del passaggio del fronte di guerra a Pontecorvo e nella valle del Liri.

Quando insieme ai miei genitori fummo sfollati a Pieve d’Olmi, svevo quattro anni e con la nostra famiglia c’era anche quella di mio zio Sisti Giovanni battista.

Il giorno che mi hanno cercato per dirmi che al Comune era arrivato l’elenco dei nomi degli sfollati di Pontecorvo e che tra questi c’era anche il mio, ho avuto un attimo di commozione perchè alla mia età, oggi ho 65 anni, non è facile rimanere insensibili davanti ai ricordi della propria infanzia, specialmente se non belli come quelli vissuti in quegli anni di guerra.

Non ricordo molto di quel periodo, perché appunto ero bambino, anche se nella mia mente sono rimasti impressi alcuni momenti: i tedeschi accampati al Comune, che quando lasciarono il paese per ritirarsi, usarono ogni mezzo, anche le biciclette e infatti vidi un soldato che inforcò una bici che era poggiata vicino alla  porta di un’abitazione e fuggì pedalando in fretta., lasciandosi dietro le urla della proprietaria che si era accorta di quanto stava accadendo; il prete che ci faceva rompere i mattoni rossi, per preparare un impasto per colorare; l’alloggio di fortuna che avevamo a fianco del Comune presso la chiesa; le donne che la sera si riunivano dentro le vaccherie tra paesani per cucire e ricamare e scambiare quattro chiacchiere

Ricordo poi un inglese, che nascosto sopra il campanile della chiesa, segnalava i movimenti dei soldati tedeschi agli Alleati e che quando gli Inglesi entrarono in paese, fu trattato come un eroe.

Il ricordo che però è rimasto più impresso nella mia memoria e di cui anche mia madre parlava spesso, è quello del medico di Pieve d’Olmo, di cui purtroppo non ricordo più il nome, che mi curò salvandomi la vita, quando fui dimesso dall’ospedale di Cremona, ormai dato per spacciato, dove ero stato ricoverato perché colpito da bronco polmonite asmatica.

Questo medico non aveva figli e viveva con la moglie in una villa con una fontana al centro del giardino. Mia madre mi raccontava che questo dottore voleva dare il proprio cognome a mia cugina Maria Sisti, figlia di mio zio Sisti Giovanni, anche lei sfollata con noi a Pieve d’Olmi, affinchè  rimanesse con loro come figlia adottiva; ma l’amore materno prevalse e mia cugina ritornò a Pontecorvo.

Questi pochi ricordi bastano per far capire che per noi sfollati aver trovato  ospitalità in un paese lontano dalla terra natia, ha alleviato le sofferenze e gli stenti che la guerra ci aveva provocato”.

Durante le ricerche sugli sfollati di Pieve d’Olmi si è venuti a conoscenza che altri cittadini di Pontecorvo furono portati nel paese di Stagno Lombardo, sempre in provincia di Cremona, distante pochi chilometri d Piede d’Olmo

Tra coloro che furono sfollati qui figurano  anche l sigg. Paliotta Bernardo e Pagliarini Francesco, residenti nella frazione di S. Oliva che , i quali, sebbene all’epoca adolescenti, hanno raccontato la loro esperienza di sfollati, che qui riportiamo

Testimonianza del sig. Bernardo Paliotta

I tedeschi effettuarono il rastrellamento il 10 gennaio 1944, di sera e per questo non potemmo fuggire.

Ci presero tutti, mio padre Paolo, mia madre Olimpia, io e le mie tre sorelle, Giovanna, Rosalinda e Rocca Maria e con noi furono sfollati anche i miei nonni paterni, Rocco e Rosalia.

Fummo costretti a salire sui camion militari che ci portarono alla stazione di Ferentino, dove fummo sistemati su un treno che ricordo bene aveva attaccato il cartello dove era segnata come destinazione la Germania.

Quando però arrivammo a Bologna, il treno si fermò e venne dirottato a Cremona e da lì ci divisero e noi fummo portati a Stagno Lombardo.

Mi è rimasto impresso nella memoria un episodio particolare di quando fummo rastrellati, a dimostrazione che tutto avvenne all’improvviso e non potemmo scappare.

Riguarda un certo Pagliarini Salvatore, anche lui sfollato come noi che viaggiò con lo stesso treno, ma che andò a finire però a Pieve d’Olmi.

Quando fu preso dai tedeschi, aveva raccolto le “sfoglie” rimaste sulle piante secche di granturco per darle alle mucche e le aveva sistemate in un sacco e a seguito del rastrellamento non ebbe neanche il tempo di lasciarle e se le portò dietro fino a Cremona.

Arrivati a Stagno fummo ospitati nell’edificio scolastico e rimanemmo qui per due mesi. Mangiavamo nella mensa della scuola e dormivamo separati, in quanto da una parte erano state sistemate le brande per le donne e da un’altra parte quelle per gli uomini.

Dopo ci sistemarono nelle varie cascine che c’erano nella campagna intorno al paese appartenenti a proprietari terrieri e noi andammo in quella che se non ricordo male si trovava nella zona chiamata Brancere. Il proprietario, che aveva due figli, si chiamava Germano Annibale, che noi non abbiamo mai conosciuto, perchè secondo quanto sentivamo dire, era un partigiano.

In questo podere lavoravamo i campi e venivamo pagati con circa 20 lire al giorno e con quei soldi acquistavamo quel poco che si riusciva a trovare e che ci permetteva di vivere a quei tempi.

Quando ci fu l’avanzata degli americani e degli inglesi, i tedeschi cominciarono a ritirarsi e se ne andavano con qualsiasi mezzo e ci raccontarono che un gruppo si avvicinò ad una cascina ma appena entrarono furono fatti prigionieri e allo uno di loro cercò lo stesso di fuggire ma fu ucciso e cadde  sulla riva di un  ruscello e fu lasciato lì.

Rimanemmo a Stagno Lombardo 18 mesi e li nacque il 27 maggio del 1944 mio fratello Mario

Ritornammo a casa nell’estate del 1945, viaggiando con i camion fino a Bologna, dove prendemmo il treno e ricordo che scendemmo alla stazione di Aquino.

Quando finalmente giungemmo a Pontecorvo, trovammo un paese completamente distrutto e c’erano macerie in ogni luogo,

Sono stati giorni brutti quelli, ma siamo riusciti lo stesso ad andare avanti rimanendo sempre uniti”

Testimonianza del sig. Bernardo Paliotta

Ricordo bene che era di sera quando fummo costretti dai tedeschi a lasciare la nostra casa, senza poter prendere quasi niente e che non potevamo scappare e neanche potevamo rifiutarci perhè ci avrebbero ammazzati, in quanto non tenevamo in mano i fucili e i mitra spianati e ci spingevano e dicevano di sbrigarci.

Insieme a mio padre Antonio Mattia, mia madre Concetta e mio fratello Emanuele, fummo sistemati sui camion che ci portarono a Ferentino e da lì in treno raggiungemmo Bologna dove non si sa perché, e dico per fortuna, in quanto il treno era diretto in Germania, fummo portati a Cremona dove ci dissero che la nostra destinazione era il paese di Stagno Lombardo, che mi ricordo dista pochi chilometri da Pieve d’Olmi dove furono sfollati altri Pontecorvesi che erano insieme a noi su quel treno.

Ci sistemarono nella scuola e nell’asilo, dove mangiavamo e dormivamo e in seguito ci hanno dato un piccolo appartamento in un edificio che era di proprietà del Comune.

Il podestà aveva un’azienda agricola e ci faceva lavorare lì oppure facevamo lavori per conto del comune. Venivamo pagati con 20 o 30 lire al giorno e con i soldi compravamo da mangiare e quant’altro ci poteva servire, come a d esempio il sapone per lavarci, che si poteva ancora trovare a quel tempo di guerra.

Mangiavamo spesso la polenta soprattutto di sera e ricordo che la tagliavano cin il filo e poi sopra ogni pezzo mettevano una fetta di salame.

Ricordo che durante l’inverno del 1944-1945 nevicò tanto e fece molto freddo e fino a marzo-aprile il tempo non fu bello e noi non eravamo certo abituati ad un freddo così. A causa della neve era anche difficile camminare per strada ed era pericoloso perchè si poteva cadere facilmente a causa del gelo

Anche a Stagno Lombardo c’era la guerra e ho ancora davanti agli occhi quello che successe a ferragosto del 194, quando i tedeschi vennero e con la forza presero mio padre e mio fratello e altri uomini validi, per portarli a scavare trincee e a preparare fortificazioni, usando rami e tronchi di alberi e anch’io andai con loro, aiutandoli per quello che potevo fare, dato che ero appena un ragazzo di  12 anni.

A Stagno mia madre partorì un figlio maschio, che purtroppo dopo tre o quattro giorni morì

Siamo rimasti lì fino all’estate del 1945, diciotto mesi lontani da casa, ma devo dire che tutto sommato in quel periodo siamo stati trattati bene”.

Le storie raccontate mettono in evidenza come in quei momenti tragici si misurò la vera solidarietà, quella fondata su fatti concreti e l’aver ricordato che in tempo di guerra è possibile essere solidali con chi soffre, possa essere di esempio e monito ai giovani cittadini di oggi e del futuro, affinchè esperienze belliche così tragiche non abbiano a ripetersi.