E’ GIUNTA L’ORA DELL’ARABA FENICE

di Luigi Sparagna

Uccello mitologico, l’Araba Fenice, o più comunemente Fenice. Uccello prodigioso che avvertendo l’ora della sua morte, si rifugia su un albero alto, dove costruisce un nido a forma d’uovo con legni pregiati, come incenso e cannella, ricchi di resine, e vi si adagia attendendo che il sole, infuocando i rametti, li incendi, così perendo tra le fiamme da cui emanano i preziosi aromi delle essenze legnose. Muore così il vecchio uccello, divenendo la larva che dalle ceneri emergerà per rinascere uccello giovane e forte, dalle piume sgargianti, che riprenderà il suo volo. Dalle fiamme che distruggono, il rinnovamento e la nuova energia di vita. Mitologia! Intanto l’omonimo famoso teatro veneziano è stato distrutto da un incendio e ricostruito per due volte, nel 1836 e nel 1996. Sarà mica frutto di pubblicità? Di fatto, il fuoco l’ha distrutto e la ricostruzione ci ha restituito (pare rinnovato il mito) splendore che speriamo superi di gran lunga il tempo delle sue  precedenti vite. Altro mito, la Torre di Babele, biblico momento che vede gli uomini, tutti parlare la stessa lingua, nel cimento di costruire una torre alta per arrivare al cielo e raggiungere Dio, facendosi così un nome, divenendo insomma un popolo riconosciuto capace, audace e sapiente come Dio. Ma Dio, che aveva comandato agli uomini di spandersi per ogni angolo della terra, ne confuse i linguaggi, le parole, perché ubbidissero, recandosi ognuno in un luogo diverso, e per insegnare ai popoli che l’aspirazione a raggiungere Dio, il Paradiso, è questione che riguarda lo spirito e non la materialità del vivere. A nulla serve costruire una semplice torre, per quanto alta. Mi affido a questa premessa, in questi giorni di ritorno all’incubo pandemia, virulenta forse più che nella prima fase. I telegiornali, le rubriche di approfondimento, gli accadimenti, si susseguono come onde di un mare in tempesta, e come onde tempestose che al loro infrangersi emanano un boato, ogni notizia mi para innanzi agli occhi la Torre di Babele. Voci urlate dai vari inviati, dai conduttori, dai politici di qualunque schieramento dell’arco costituzionale, annunciano carenze di letti in ospedale, nosocomi al collasso, organici di medici e paramedici insufficienti, ossigeno che manca, truffe di chi lucra sui medicinali, vaccino che forse c’è e forse non c’è, aiuti economici per tutti, ma assenza di aiuti economici per tutti, chi dice che è sbagliato chiudere e chi sostiene che la sola cosa da fare è chiudere, chi reclama decisioni dal governo centrale, chi si regola da solo, decidendo ogni Regione per sé, ogni Comune per sé, chi trova giusto andare a scuola dove ci sono i tanto attesi banchi a rotelle, e chi pensa sia meglio somministrare lezioni in videoconferenza, chi tiene le lezioni in presenza, e suonata la campanella urgentemente si reca a casa per collegarsi via computer coi colleghi e col Preside e fare il consiglio dei docenti in sicurezza anticovid, un inviato TV mostra il servizio girato nella piazza gremita stigmatizzando lo scarso senso di responsabilità e il mancato rispetto delle regole, un altro si avventura nella zona rossa descrivendo la desolazione del lungomare, dei mercatini e delle piazze più famose, facendo venire un nodo in gola a chi ha appena fatto zapping cambiando il canale dove si parlava della crisi della sanità e delle improvvide scelte del governo incapace di individuare un commissario affidabile. Se avete letto questo lunghissimo estenuante periodo disseminato di virgole in modo che un qualunque professore di italiano classificherebbe con un voto pessimo sottolineato rosso tre volte, non vi sembra di sentire le voci tutte differenti che riecheggiano dall’alta Torre di Babele? Orbene, in questa seconda fase i problemi sembrano esattamente gli stessi della prima fase, che nel mese di agosto ci si è avventurati a definire affrontati con successo. Allora perché allarme? Basta rimettere in moto tutto ciò che si è sperimentato a marzo. Dove sono finiti gli ospedali costruiti in sette giorni? Dove sono andati a finire gli specializzandi di Medicina o i neolaureati gettati in corsia anche senza esame di stato? Perché le rotelle applicate ai banchi non sono più sufficienti a garantire la distanza di sicurezza? Dove sono finite le mascherine? E perché quelle al prezzo statale ci dicono che non servono a molto ed è meglio prendere quelle che costano di più ma funzionano? Spiegato il riferimento al mito di Babele, resta la Fenice. Lo scenario che riempie le nostre giornate, tutte vissute nella speranza del via libera al torrone o al panettone, mostra un palcoscenico dove si esibiscono uomini del potere, governanti, mezzi governanti, governanticchi, Statisti, no statisti no perché mi pare si siano estinti già da tempo prima ancora del covid, protagonisti del “mondo di mezzo” che pare siano quelli che decidono veramente, politici senza portafoglio che perciò devono usare le tasche, imitatori di politici che ripetono le frasi che qualcuno ha scritto per loro, molti invece copiano e basta senza capire quello che dicono, ma tutti vanno in TV a urlarsi in faccia, sovrapponendosi in modo da non farci capire nulla. Insomma una vera e propria compagnia teatrale di attori di mezza tacca, che ci strappano una amara considerazione. Il distacco, la separazione, la cesura, la frattura tra chi governa e chi è governato è realtà. Se fossimo veramente un popolo di navigatori, come scolpito sul palazzo della concordia all’EUR, noto ai romani come il Colosseo quadrato, dovremmo accendere due luci rosse in testa d’albero, che nel codice marinaresco vuol dire “nave che non governa”, cioè nave che non è in grado di seguire una rotta, è in balia del destino che il mare le riserva, chi ci si avvicina rischia la collisione e il naufragio. Ecco il riferimento al primo dei due miti citati, la Fenice. Ci vuole il fuoco, la distruzione, perché si possa rinascere con rinvigorita energia. Mi si dirà che ho paragonato il nostro Paese ad una nave e non ad un uccello, e forse ho fatto confusione nel prendere a prestito il mito della Fenice. Manco per sogno. E’ voluto. Se fossi animato da speranza in una rinascita avrei preso a paragone almeno un’aquila, per rimanere in tema d’uccelli, come peraltro in un certo periodo hanno campeggiato su molti italici pennoni, ma mi riporto ad una nave, perché manco il fuoco penso ci salvi.

E’ giunta l’ora di …—… (mayday) , qualcuno lo lanci !