#Appuntamentoconlastoria# Il Fiume Liri e il Ponte Curvo

di Umberto Grossi 

Il ponte curvo, simbolo della Città, anche quest’anno ha visto scorrere sotto le sue vetuste arcate l’eccezionale ondata di piena del fiume Liri che da secoli scorre placido nel suo letto.

Ma dove nasce il fiume Liri? Ce lo dice Don Tommaso Sdoja nel libro “La Medioevale Pontecorvo”. 

“Nasce questo fiume nella stretta ed alta valle di Roveto, a Cappadocia (alt. M. 1500) ed entra in quel di Frosinone poco prima di Sora. Nel suo corso raccoglie a sinistra le acque  del collettore del Fucino, del Fibreno, del Melfa, della Forma di Aquino, del Rapido o Gari ( sopra Cassino) e della Precia; a destra affluiscono le acque del Sacco o Tolero, della Forma Quesa e dell’Ausente. Il suo bacino idrogafico ha una superficie di km 4950 ed ha come confini nella provincia romana le cime dei Simbruini e quelle che corrono fra i Lepini e questi, indi la sommità di tali monti che continuano con  gli Ausoni sino alla confluenza con l’Ausente alla foce. Il nostro Liri oggi, dopo la formazione del lago di Isoletta, si può d’estate passare a piedi in certe ore del giorno, ma nel secolo IX era certo un fiume rispettabile, navigabile e aperto perciò ai Saraceni, sia che risalissero il Liri da Minturno, sia che per la Via Latina venissero da Capua e da Brindisi. E proprio in quel punto strategico per quelle continue invasioni, che il gastaldo di Aquino, sulla Villa sovrastante il ponte, costruì la fortezza e il Castello…..”.

Il Cayro concorda che: “la navigazione del Liri con zattere, sanduli, barche, ecc. ,cessò sopra Ponte Curvo quando i Domenicani fecero il mulino sulla destra, ove oggi ritrovasi ingrandito, alimentato e mosso da acque, sopraelevate con palizzate, poi trasformate in muraglione.

Continua don Tommaso:

Vogliamo ora parlare del ponte da cui la  città prese e a cui deve il nome: Pontecurvo. Che il primo ponte di cui parla Tito Livio, rotto dai Fregellani per impedire ad Annibale l’entrata nella loro città, sia stato il Ponte-Curvo sul Liri, è indubitato per noi.

La Via Latina passava da Cassino ad Aquino, però vi era una deviazione, che spiccandosi dalla consolare sotto Cassino, passava tra Aquino e Interamna per portarsi in questa Città. Quindi il ponte Curvo, grandioso ponte preromano, doveva mettere in comunicazione strade di una certa importanza che a sua volta menavano ad altre città non meno importanti.  In quel tempo il ponte aveva nove arcate, altre due furono aggiunte nel secolo passato, verso il Largo Ospedale, per dare più largo letto al fiume e più sfogo alle acque”.

Anche l’abate Pietro Coccarelli nella sua “Storia di Pontecorvo” ci parla delle origini e delle vicende che hanno caratterizzato la storia del ponte: “Sino al 1860 epoca in cui il detto ponte fu di nuovo rotto, …l’arco rotto, che poi fu rifatto, mostrava un’altra asi in quella sola arcata, la quale era formata con tante piccole pietre quadre….nel mentre che i suoi pilastri e tutti gli altri archi, presentavano un’architettura barbara….consistente in grossissimi pezzi  di travertino molto bene fra loro connessi, ma la di fuor alcune basi dei  summenzionati, rimaste ancor intatte…..sotto di questo sol arco, fin al presente vedonsi sotto le acque, massimamente in tempo d’estate, quando le acque vi son più basse, macigni di travertino lavorati di simil struttura ivi caduti….. Per nostra disgrazia questo ponte così antico, di cui nell’istoria non si conosce affatto l’origine,presentemente non mostra più l’antico su aspetto, perché nel 29 ottobre 1860 fu minato senza alcun utile e necessità dalle truppe Napoletane per impedire ai Piemontesi la marcia verso Gaeta, che per questa parte sembrava diretta. Le autorità tutte di Pontecorvo non mancarono di pregare quel generale , affinchè lasciasse di distruggere un’opera così antica e forse unica del suo genere in Italia, ma le preghiere a nulla valsero, né si potè fare resistenza, essendo forte il numero di essi, che con buona parte ancor di cavalleria avevano messa la città in stadio di assedio, mentre costruivansi le mine. Per fortuna ad una sola di esse, gravida già di otto barili di polvere, si appiccò il fuoco dopo il mezzo-giorno, ma essa sola bastò a mandare a terra non solo l’arco , altra volta rotto, ma un altro ancor più grande, che eragli a contatto dalla parte di mezzo-giorno. Così rotto il ponte, le truppe napoletane sfilarono a suon di musicali strumenti per la strada che conduce a S. Giovanni Incarico,per andare siccome si disse, a minare l’altro ponte, esistente verso Isoletta, fatto costruire pochi anni prima dal defunto Ferdinandio II, il che poi non si verificò, avendo i nemici presa altra direzione”.

Anche il Bergamaschi (Francesco Saverio) nel suo manoscritto “Trattato storico critico di Fregelle Pontecorvo”, conferma quanto già il Coccarelli ci ha detto sull’origine pelasgica del ponte, sul rifacimento di un’arcata e sui resti visibili nell’alveo del fiume durante i periodi di siccità.

Ma il Bergamaschi attribuisce la convessità del ponte verso la corrente non ad un errore di costruzione ma ad un prodigio di architettura “..che lo ha salvato sino ai nostri giorni….la convessità esiste tuttavia, in uno dei più larghi piloni,nel mezzo del ponte, e lo diciamo prodigio di architettura, poiché frena la corrente, riconvolgendola: tanto vero che, nelle alluvioni i legni gallegginati nelle acque non urtano nel ponte, sivvero da quel ribollio riconvolti verso l’una o l’altra apertura delle vicine arcate, vi passano senza urtare i piloni”.

Ancora il notar Bergamaschi va citato per conoscere le ultime vicende dell’insigne opera, quando cioè il 28 ottobre 1860 i borbonici senza alcun motivo, malgrado le preghiere dei pacifici abitanti, posero due cariche esplosive nelle due più larghe arcate, nel mezzo del ponte, “una sola mina ebbe l’esplosione nell’arco, ove si curva il ponte, che con terribile rombo e  danno della città cadde nel fiume…….Vittorio Emanuele….a petizione dei Pontecorvesi riattivò il ponte……

Ricorda egli stesso che fece parte della delegazione inviata a sollecitare la rapida ricostruzione del ponte e così’ scrive: “Noi per ammissione dei Pontecorvesi, spediti a Napoli, durammo fatica per ottenere il denaro e l’ordinanza, trentaseimila ducati pari a £.153,000”.

“Per dare maggiore sfogo alle acque furono demolite altre due arcate per formarne una sola; talchè si tolsero tra queste e quella minate dai Borboni, quattro arcate. Riattossi per intero, si slargò per la via(transito) al di sopra, con pezzi di pietre, sporgenti due palmi alla base, su dei quali poggia il ringhierato di riparo. Non si riebbe più l’ammirabile opera che aveva sfidato i secoli, opera ciclopico-pelasgica, e su di questa, nella due arate di mezzo, l’altra costruzione romana con reticolato barbaro, testimone del passaggio del duca Cartaginese e della fedeltà di Fregelle a Roma”

Don Valentino Turchetta nel suo “Sul Liri-Brevi memorie storiche di Ponte-Curvo (Pontecorvo)”, così scrive sulle origini del ponte: “il ponte costruito dai Romani, ponte i cui pilastri delle arcate erano fabbricati sulle rocce del letto del fiume, le quali non seguento una linea retta avevano ingluito a dare la curva al ponte. Da tale fatto il ponte fu chiamato “pons curvus”

Il dr. Aceti a proposito della convessità del ponte, dice che ricostruito da Romani o dai Fregellani “..il qual ponte, per non essersi potuto ricostruire in linea retta, riuscì curvo”.

Si parla del ponte anche nella pubblicazione “IL LAZIO-Paese per paese”-vol III-Ed. Bonechi-1992 ove si legge: “La fondazione (del paese) avvenne nel posto ove era stato eretto già il “ponte curvo”: da questo il nuovo insediamento prese il nome. Il ponte era stato costruito in quella forma curva forse per poter orientare le correnti d’acqua, allora molto forti, e quindi per evitare che i tronchi trasportati battessero contro i piloni…… Durante la seconda guerra mondiale il paese subì il primo bombardamento il 1 novembre del 1943. Da quel giorno si susseguirono incessantemente azioni per abbattere il ponte sul Liri che pero, essendo stato costruito in posizione molto coperta non fu mai colpito gravemente”.

Il ponte curvo ha quindi un’origine antichissima e dalle notizie innanzi riportate sappiamo di certo che esisteva già quando Rodoaldo edificò il castello nel luogo dove oggi c’è la Cattedrale di S. Bartolomeo e che è stato oggetto di diversi lavori di ricostruzione durante la sua storia,  ma ha resistito nei secoli alle distruzioni, ai bombardamenti aerei, alle piene, alle intemperie e, seppure con la particolarità di essere “a schiena d’asino”, cioè con la parte centrale a favore della corrente, continua a sfidare le acque impetuose del Liri durante le ondate di piena.