EGO TE ABSOLVO

di Luigi Sparagna

Formula con la quale Santa Romana Chiesa, in pochi minuti, e sottolineo in pochi minuti, mondato e purificato attraverso la condanna alla discreta recita di un paio di Ave Gloria e un Atto di Dolore che gli valgono il vestirsi di una pura veste bianca, ogni peccatore confesso della sua colpa manda assolto innanzi al giudizio del Padreterno. Prassi micidiale, efficacissima, un tempo posta in essere anche (se non addirittura principalmente) con mezzi coatti quali la tortura, che ebbe nel monaco spagnolo Tòmas de Torquemada il suo più celebre interprete, nel corso di quella stagione nota come stagione della Santa Inquisizione, strumento essenziale del potere temporale del Papa.  Modalità di acquisizione della prova (della colpevolezza) giunta a noi e studiata nelle università come ORDALIA (giudizio di Dio richiesto in vertenze giuridiche che non si potevano o non si volevano regolare con mezzi umani. Praticato nell’alto medio evo in varie forme: prova del fuoco, dell’acqua, ecc. – in tempi più moderni qualche imitazione ha utilizzato purghe e olio di ricino). Oggi, bandita la violenza fisica, per alimentare il patrimonio informativo essenziale per la gestione del popolo dei followers dell’inginocchiatoio, i rappresentanti della Croce, offrono in garanzia l’omertà del segreto confessionale. Dan Brown a parte, una specie di trattativa Angeli e Demoni.

Fuori dai Sacri luoghi non è così, non bastano pochi minuti, ci vogliono circa venti anni per giungere ad un giudizio. Venti anni per affermare l’innocenza di uomini come Mori, Subranni, De Donno. Venti anni di vita tolti a loro e alle loro famiglie, che il teatro mediatico ha sbattuto in prima pagina con tanto di foto, sicchè dal portiere di casa, al fruttivendolo, al compagno di scuola dei figli, tutti prendevano le distanze da loro come fossero appestati. Immaginate il mormorio, il parlottio sommesso della gente che li ha incontrati e riconosciuti magari in Via Del Corso a camminar da soli per non esporre mogli e figli al possibile ludibrio dei Travaglio dipendenti. Sono certo che per venti anni non saranno mai andati in via Del Corso, ma è giunto il momento di attraversarla tutta, a piedi, da Piazza Venezia a Piazza del Popolo per andarsi a prendere un bel caffè da Rosati (il famoso bar di piazza del Popolo) lasciandone pagato uno (come per solidarietà si fa a Napoli per chi non ha i soldi per pagarselo) per quando passa Travaglio. Cerco di dare un taglio leggermente più tecnico a questo mio parere e quindi citerò; dal Codice di Procedura Penale:

Art. 326 “il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono, nell’ambito delle rispettive attribuzioni, le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale”;

Art. 327 “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria”;

Art. 358 “il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’art. 326 (vedi sopra) e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini (proprio così, deve accertare se esistono anche fatti a favore dell’imputato e non solo a carico, per essere ancora più certi degli elementi di prova).

Si comprende, oltre ogni ragionevole dubbio, che il pubblico ministero è un protagonista delle investigazioni. Certo Mori, Subranni e De Donno sono dei campioni della polizia giudiziaria, e si potrebbe sostenere che hanno raggirato il giudice non avendo condiviso la strategia operativa, ma proprio perché sono dei campioni delle dinamiche che regolano le rispettive figure professionali, non sono così fessi da imbrogliare chi è invece il loro primo difensore. Sostenere il contrario apre due scenari; un pm incapace di fare il suo mestiere oppure un pm che si chiama fuori dalle proprie responsabilità. Fate voi. Travaglio invece, il Marco Travaglio che predilige il sensazionalismo giornalistico capace solo di strillare poco meditate idee, sicchè è piuttosto un giornalaio a cui, con garbo, altri professionisti dell’informazione cercano di spiegare che il parossistico schieramento al servizio di una parte politica è prassi che certamente assicura un panino con la porchetta per sfamarsi, ma rende l’informazione un fenomeno da baraccone o meglio da bagarre televisiva per aumentare lo share, Marco Travaglio si permette di disquisire con risibili bizantinismi su una sentenza che non gli fa comodo, e sbava di rabbia l’essere stato sconfessato nel sostenere le sue trame da giallo noire. Si arrampica con le unghie sugli specchi per mettere in discussione la sentenza che restituisce dignità a servitori dello Stato da sempre impeccabili, appartenenti a una istituzione che ha guadagnato il suo prestigio col sangue versato dai suoi valorosi uomini e da tutti gli altri che hanno sempre operato col sacrificio e la dedizione di cui ci si può riempire le mani che solo lo si voglia. Ego te Absolvo….Mori, Subranni, De Donno, ma per la tortura dell’anima che avete subito per venti anni, mitigata solo dalle manifestazioni di fiducia e vicinanza dei vostri colleghi, per quella vi arrangiate; per la tracotante voglia di visibilità di una parte di quella magistratura che sta rivelando la propria crisi e i propri limiti, per quella ingiustificata, vergognosa macerazione del senso di servizio che ha trascinato per venti anni faldoni processuali alti come montagne nei corridoi dei tribunali, che oggi si rivelano essere montagne di sciocchezze, per tutto questo vi arrangiate, tanto non riceverete neppure le scuse dei vostri inquisitori. Solo uno il lato positivo; non avete da recitare Ave Gloria e Atti di Dolore. Non avete commesso peccati.