LEZIONI DI POLITICA

 

di Luigi Sparagna

Gli Italiani non ne possono più di essere turlupinati e impartiscono una sonora lezione di politica ai politici, che non dovrebbero averne bisogno in normali condizioni, ma oggi in Italia non siamo evidentemente in condizioni che si possono definire normali. I referendum sono andati praticamente deserti. E se in Sicilia sono andati tutti alla partita che promuoveva  il Palermo in serie B (almeno questa pare la motivazione ufficiale per l’astensionismo dei presidenti di seggio), nel resto dell’Italia a parte la delusione per le Ferrari che si sono rotte come una utilitaria costretta al fuorigiri, gli elettori non si sono recati alle urne probabilmente per aver da anni compreso che il referendum abrogativo, unico ammesso, è una bufala. Si inizia col dire che il ricorso al referendum è la chiara manifestazione della inerzia del Parlamento nel legiferare. Esiste il sospetto che i partiti facciano ricorso al referendum per misurare il loro peso elettorale in vista di altre e più importanti consultazioni. Si potrebbe anche sostenere che affidare un quesito all’esito referendario equivale ad uno scaricabarile per non adottare quelle scelte che magari rischiano di essere meno gradite a chi può creare problemi. Ad esempio, visto che la totalità dei referendum erano rivolti a regolare diversamente l’operato dei magistrati, meglio dare la palla agli Italiani nella speranza di giustificarsi con le toghe che la politica non ha colpe. Gli Italiani hanno rimesso la palla al centro, esattamente al centro delle aule parlamentari, che ora non dovrebbero far finta di niente se veramente è sentita l’esigenza di riformare un settore come la gestione della giustizia, ovvero dicasi per maggiore chiarezza, se si ritiene di dare una regolata più attuale e pratica al mondo della magistratura che dopo il caso Palamara ha denunciato distonie del sistema giustizia. I politici sono comunque duri da gestire, tanto che l’esito fallimentare dell’affluenza alle urne non ha frenato il commento sui risultati dei pochi che si sono recati ai seggi. Tutti favorevoli ad attuare i complicati ermetici testi referendari, quindi da una parte successo dell’iniziativa e dall’altra necessità di chiamare in causa le aule parlamentari. E non si poteva fare prima, risparmiando un sacco di soldi che mai come ora farebbero comodo? Possibile che i parlamentari non riescono nell’ambito del loro ruolo cui sono stati chiamati dall’elettorato a fare il più naturale dei loro doveri, visto che oltre allo stipendio percepiscono anche un gettone di presenza quando sono in aula, come se questa circostanza fosse una eccezione e non la regola?