Intervista

Pontecorvo le ha dato le radici, la musica le ha dato le ali, Serena Caporuscio si racconta

La voce è uno strumento potente, ma quando incontra un’anima sincera, diventa qualcosa di ancora più raro: un canale diretto verso l’emozione. Serena Caporuscio è una giovane artista che ha scelto – o forse è stata scelta – dalla musica, e ha deciso di farne la propria compagna di vita, anche quando il cammino si è fatto duro. In questa intervista ci racconta con lucidità e passione la sua storia: dai primi passi incerti fino al giorno della laurea in Conservatorio, dai momenti di buio e dubbio ai sogni che ancora oggi coltiva con determinazione.

Con uno sguardo lucido ma mai cinico, Serena ci parla della sua sfida più grande – una diagnosi sbagliata che rischiava di strapparle la voce e la speranza – e delle emozioni indelebili che solo il palcoscenico può regalare, come durante quella sera in Cavalleria Rusticana, con una candela in mano e il cuore pieno di gratitudine.

Lontana da ogni retorica, la sua è una testimonianza concreta e viva di cosa significhi davvero vivere per la musica in un Paese che spesso fatica a riconoscerne il valore. Serena ci parla con l’umiltà di chi ha ancora molto da imparare, ma anche con la consapevolezza di chi ha già molto da dire.

Attraverso le sue parole, emerge la voce di un’artista ma soprattutto quella di una donna che, nonostante tutto, ha scelto di credere nel potere della bellezza, dell’ascolto e della condivisione. Perché, come le ha insegnato uno dei suoi Maestri più cari: “La musica non si fa per soldi o per vincere un concorso. La musica è una missione.”

Guardando indietro, qual è stato il momento più emozionante che ti ha fatto capire che la musica sarebbe stata la tua vita?

Se volessi dare una risposta piú generica direi 

– “ogniqualvolta che salgo sul palco”,  

. O ancora meglio. “tutte le volte che a fine concerto uno spettatore viene e mi dice “mi hai fatto emozionare”.. che è diverso dal  “sei brava”, mi hai emozionato vuol dire “mi sei entrata dentro” hai dovunque assolto al dovere che hai come musicista.  

Se poi dovessi pensare a un momento in particolare mi viene in mente a une delle mie prime esperienze nel cast di un opera. Si trattava di “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni. Durante quel periodo in veritá  non ero al massimo, tante cose non andavano come dovevano, la mia voce ne risentiva e questo non faceva che farmi sentire ancora peggio. Nonostante ció dovevo salire sul palco. Ricordo perfettamente questo momento , ero in scena insieme ai miei colleghi nonché compagni di studi, era il momento in cui l’orchestra suonava pagine di estrema bellezza contenute nell’intermezzo dell’opera,  e noi, come previsto dalla regista, dovevamo scendere in platea in fila indiana con una candela in mano che illuminava il percorso e il nostro volto. Sará stato che quell’opera mi emoziona particolarmente, ma mi sono sentita grata, fortunata di avere la musica come compagna di vita e mi sono detto “ecco io sono questo” 

Durante il tuo percorso, qual è stata la sfida più grande che ti ha messo alla prova, e come l’hai superata?

C’ë stata una sfida in particolare che piü di altre ha richiesto tutta la pazienza e tutta la mia forza interiore.   

A seguito di una diagnosi ‘sbagliata” qualcuno mi disse “signorina lei non puó cantare”. 

 In sintesi, secondo questo esperto (tra l’altro molto noto tra noi cantanti) avrei dovuto lasciare gli studi, che ormai avevo iniziato da qualche anno, perché tanto non ne sarei arrivata al termine e non avrei neanche potuto pensare di aspirare ad un minimo di carriera in ambito musicale.  

Chiaramente non mi sono arresa, e dopo qualche tempo il problema che sembrava insormontabile è stato risolto.  Mi sono laureata con il massimo dei voti e la lode e quando sono salita sul palco del Vatroslav Lisinski Concert Hall ho  pensato a lui e mi è venuto da sorridere  

Come ti sei sentita nel giorno in cui hai terminato gli studi al conservatorio, dopo tutto il duro lavoro e le difficoltà affrontate?

Credo sia stato il giorno piú importante della mia vita fino ad ora.   

Ricordo che la mattina ero tesissima, mi svegliai con un forte mal di gola, la commissione era composta da tutti quegli insegnanti che per me rappresentavano un punto di riferimento, e la paura di deluderli era tanta.  Un concerto di circa un’ora da dover affrontare, una tesi da discutere…pensai “ sara’ un disastro.  

Nonostante ció, tutto filo’ liscio, riuscii a cantare fino all’ultima nota, e finito lo spettacolo fui quasi incredula di quanto riuscii a fare.  

L’abbraccio del Direttore, dei miei insegnati, la mia famiglia, gli amici, tutti li presenti pronti a sostenermi e incoraggiarmi. Ci puó essere finale migliore?  

L’opera è spesso vista come qualcosa di lontano e impegnativo: cosa ti ha fatto innamorare davvero di questo mondo?

Quello che rende tanto difficile e poco accessibile l’opera, soprattutto nelle nuove generazioni è dato a mio avviso dal modo di vivere odierno, viviamo in mondo “mordi e fuggi” dove non c’è  piú tempo per fermarsi ed ascoltare davvero, e l’opera ha bisogno di un ascolto attento.  

Onestamente una risposta diretta non saprei dartela. Ricordo che fin da bambina, ero incuriosita da questo mondo, nonostante nessuno in famiglia ascoltasse opera o musica classica. Raramente passavano le opere in tv, ma ogniqualvolta me ne capitava l’occasione io restavo ad ascoltare incuriosita, pur non capendo assolutamente nulla. 

 Solo successivamente, durante la mia adolescenza ho avuto la fortuna di incontrare dapprima il mio prof di musica del liceo, che per primo mi ha indirizzato verso ascolti piú significativi e poi la scelta di iniziare a studiare canto. Credo che il mio grande amore sia partito da li.  

C’è stata una performance o un momento sul palco che ti ha fatto capire il vero potere della tua voce e della musica?

Non so se la mia voce abbia davvero un qualche potere e se le emozioni che ho scorto sul volto del pubblico in varie occasioni siano state date esclusivamente dalla mia voce, dal modo di esprimerla, ma sicuramente credo nel potere della musica, che viene sprigionato ogni qualvolta la si fa con il cuore.  

In che modo la musica ti ha cambiata come persona, oltre che come artista?

Piú che cambiata credo che la musica mi abbia aiutata a far uscire fuori la mia vera persona. La musica mi ha “costretta” a fare un grande lavoro su me stessa, mi ha aiutato a riconoscere i miei limiti e a trovare il modo di poterli superare (dove fosse possibile), mi ha portato spesso a fare i conti con me stessa e con le mie emozioni. Mi ha insegnato ad avere piú disciplina e mi ha dato la consapevolezza del fatto che si puó raggiungere un buon risultato solo lavorando sodo.  

Per tutte queste ragioni credo infatti che l’educazione musicale nelle scuole sia fondamentale, non perché si debba per forza diventare grandi musicisti, ma perché ha un forte potere formativo.  

Hai mai avuto momenti di dubbio o paura lungo il cammino? Come hai trovato la forza per andare avanti?

Io credo che la vita del musicista, soprattutto per come viene considerata in Italia, è costellata da continue paure e dubbi. La cultura viene spesso messa in secondo piano e l’attivitá del musicista viene concepita piú come un hobby che come un lavoro vero e proprio. Questo mentalitá inevitabilmente ti fa vivere costantemente nella paura di non trovare la giusta collocazione nel mondo del lavoro e da li i continui dubbi di aver percorso la giusta strada.  

La forza piú grande per me sono state le persone che ho avuto accanto in quei momenti, in modo particolare a colleghi e amici oltre che la mia famiglia. A loro continuo ad essere riconoscente per tutte le volte che sono venute in mio soccorso quando vedevo solo buio.  

Qual è il sogno più grande che coltivi oggi, ora che il tuo percorso formativo è concluso?

Ti risponderei in modo ironico “la pace nel mondo” ma di questi tempi c’’e poco da scherzarci.  

Sarebbe piuttosto semplice dire che sogno di debuttare Carmen, Sansone e Dalila o i ruoli delle eroine verdiane al Teatro La Scala, ma preferisco ridimenzionarmi e esprimere un desiderio un po’piú concreto.  

Fermo restando che è terminato un pezzo del mio percorso accademico (chissá che prima o poi non torneró  in Conservatorio per conseguire qualche altra qualifica) ma il percorso formativo di un musicista non termina mai.  un musicista se vuole mantenere un buon livello dovrá studiare tutta la vita. 

  Quello che sogno in questo momento per me è entrare a far parte di un coro di Fondazione come ad esempio quello dell’Opera di Roma, del San Carlo di Napoli, oppure perché no? Della Scala di Milano  

Se potessi tornare indietro e parlare con te stessa quando hai iniziato a studiare canto, cosa ti diresti?

Non farlo…. Ahahahhahaha  

Tornando seria.. le direi che quello che in alcuni giorni puó sembrare insormontabile, prima o poi si supererá, ma la cosa piú importante che le direi è “ascolta il tuo corpo e fidati prima di tutto di te stessa, sei il tu il portatore del tuo strumento!” 

Quale messaggio vorresti lasciare a chi sogna di vivere di musica, ma teme di non farcela?

Forse su questo aspetto avrei bisogno ancora di qualche consiglio io prima di darlo agli altri, dato che vivo questa paura costantemente e non nego che spesso e volentieri penso di cambiare strada perché il mio paese offre davvero poco 

 ma voglio lasciarvi con un messaggio cosí pessimistico dunque condivido con voi le parole che uno dei miei piú cari Maestri, nonché attuale Direttore del Conservatorio L. Refice, un giorno mi disse:  

“La musica non si fa per soldi o per vincere il concorso.. La musica è una Missione” 

Dalle strade silenziose di Pontecorvo alle luci del palcoscenico, Serena Caporuscio ha trasformato la fragilità in forza, il dubbio in determinazione, la voce in destino.

Ogni nota che canta è il riflesso di una scelta quotidiana, coraggiosa e spesso invisibile: quella di credere in un sogno che non ha scorciatoie, ma pretende anima, corpo e cuore.

Serena non canta solo per essere ascoltata: canta per toccare, per entrare dentro, per emozionare.

E se, come le ha detto un Maestro, “la musica è una missione”, allora la sua – umile, luminosa e tenace – è già in cammino.

E noi, ascoltandola, non possiamo che seguirla.