Nel magico mondo di Alvini, anche un 5-1 diventa una lezione di umiltà: «Il calcio è divertimento»
di Elledi
Il Frosinone travolge il Lecce, vola sulle ali dell’entusiasmo e si gode una serata da copertina. Ma il suo allenatore non si lascia sedurre dai numeri, predica salvezza, lavoro e piedi per terra. Con una sola concessione alla polemica: il calendario, che proprio equo non è. Per il resto, sorrisi, complimenti ai ragazzi e la convinzione che divertirsi sia la cosa più seria del mondo.
Nel magico mondo di Massimiliano Alvini succede che il Frosinone vinca 5-1 contro il Lecce, offra una prestazione scintillante, collezioni applausi e confermi di avere parecchie frecce al proprio arco. Eppure, mentre qualcuno potrebbe essere tentato di lasciarsi andare a voli pindarici, magari cominciando a guardare la classifica con un certo languorino, il tecnico giallazzurro riporta tutti bruscamente sulla terra. Anzi, li invita proprio a piantarcisi bene i piedi.
Perché va bene il 5-1, va bene il calcio spumeggiante, va bene una squadra che corre, verticalizza, si diverte e fa divertire. Ma guai a confondere una bella serata con un traguardo raggiunto. Nel vocabolario di Alvini, del resto, la parola d’ordine resta una sola: salvezza. Tutto il resto, per il momento, è materiale buono per alimentare l’entusiasmo, non per montarsi la testa.
Eppure, sotto quella scorza da pompiere chiamato a spegnere gli incendi dell’euforia, si nasconde un allenatore che il fuoco del divertimento lo alimenta eccome. «Il calcio è divertimento», ricorda, come se fosse necessario ribadirlo dopo una partita che ha regalato cinque gol e parecchi sorrisi. «Se voi vi siete divertiti stasera, sono felice per voi». Una frase che, nel mondo alviniano, vale quasi quanto il risultato: se il pubblico si diverte, l’allenatore è contento. E se l’allenatore è contento, probabilmente si diverte ancora di più.
Il calcio, insomma, non è soltanto una questione di schemi, marcature preventive e distanze tra i reparti. È anche uno spettacolo, possibilmente piacevole. E se poi lo spettacolo produce cinque gol, tanto meglio. Alvini, però, non si prende il merito della serata: quello appartiene ai suoi ragazzi, che hanno saputo leggere una partita diversa dal solito e trovare subito le soluzioni giuste contro un Lecce più chiuso del previsto.
Qui entra in scena il Frosinone che piace al suo allenatore: aggressivo, verticale, capace di sfruttare gli spazi e di trasformare le qualità individuali in un patrimonio collettivo. Gli esterni corrono, gli assist arrivano, la squadra ragiona da squadra. E soprattutto nessuno deve pensare di essere il protagonista assoluto. Dopo Napoli, racconta Alvini, la rabbia era arrivata proprio perché si era pensato troppo a se stessi e troppo poco al gruppo. Stavolta, invece, il copione è quello giusto: «Il fattore personale, in questo calcio, non serve».
Una frase che potrebbe essere appesa negli spogliatoi, magari accanto alla lista delle cose da fare prima di ogni allenamento. Anche perché, quando gli chiedono di Kvernadze e di un eventuale paragone con Kvaratskhelia, Alvini si diverte a distinguere le caratteristiche dei due, ma alla fine torna sempre lì: alla disponibilità, al lavoro quotidiano, alla squadra. Kvernadze lo fa impazzire persino in allenamento, ma la vera soddisfazione è vedere i giocatori mettere le proprie qualità al servizio degli altri. Il talento individuale è una meraviglia, purché non si dimentichi di passare il pallone.
E a proposito di meraviglie, cinque gol potrebbero autorizzare qualche pensiero ambizioso. Magari una sbirciatina alla classifica un po’ più lunga del solito, un sogno coltivato sottovoce, una prospettiva che comincia ad allargarsi. Alvini, però, non si sottrae alla domanda: «Ehhh… chi è che non la guarda?». Certo che la guarda. Ma poi arriva subito il contrappeso: «Con 17 punti non ti salvi». Il messaggio è chiaro: niente champagne, per ora basta acqua fresca e tanto lavoro. I numeri possono anche essere da record, ma non sono ancora un certificato di permanenza in categoria.
Il tecnico riconosce il valore di quanto fatto, ammette che in pochi si aspettavano un Frosinone così e rivendica la fiducia nei suoi calciatori, nei rapporti costruiti e nella quotidianità. Ma appena qualcuno prova a spingere il discorso verso categorie più nobili, ecco rispuntare il freno a mano: «Piedi ben piantati a terra». Il concetto è talmente semplice che quasi disarma. Si vince 5-1, si festeggia, ci si gode la serata. Poi, il giorno dopo, si torna a lavorare.
Anche perché il calendario non aspetta. E proprio qui, sul finale di una conferenza stampa all’insegna della serenità, arriva l’unica piccola crepa nella proverbiale tranquillità alviniana. Domenica c’è il Torino, che avrà due giorni di riposo in più rispetto al Frosinone. Una domanda, una risposta, e improvvisamente il tono cambia appena. Non abbastanza per trasformare la conferenza in un processo al calendario, ma quanto basta per far capire che il dettaglio non è passato inosservato.
«Non è un trattamento equo», dice Alvini. Poi precisa che non vuole cercare alibi dopo la partita e che non intende aggiungere altro. Una parola soltanto, ribadita con cura: equo. Il tecnico si ferma lì, lasciando che sia il calendario a difendersi da solo. Niente polemiche, nessuna dichiarazione di guerra, nessun caso nazionale. Soltanto una sottolineatura, pronunciata con la discrezione di chi vorrebbe non farne una questione, ma intanto la questione l’ha messa sul tavolo.
Per il resto, il mondo di Alvini continua a girare secondo coordinate precise: entusiasmo sì, esaltazione no; talento sì, individualismo no; risultati sì, ma senza dimenticare da dove si è partiti. E persino dopo una vittoria da cinque gol, il pensiero del tecnico torna a casa, ai figli che vorrebbe rivedere e a una stanchezza che non cancella la soddisfazione.
Il Frosinone, intanto, continua a stupire. E Alvini continua a fare Alvini: si gode lo spettacolo, distribuisce meriti, predica prudenza e si concede soltanto una parola di dissenso sul calendario. Il tutto senza perdere di vista il suo principio fondamentale: il calcio deve divertire.
Che poi il pubblico si diverta mentre la squadra segna cinque gol è quasi un dettaglio. Un dettaglio, però, decisamente piacevole.

