primo pianoSport

Il magico mondo di Alvini e il Frosinone: «Tanta roba. Rendetevene conto»

Di ELLEDI
Ci sono allenatori che parlano di calcio. E poi ci sono allenatori che, ogni tanto, sembrano voler parlare alla città, alla gente, all’ambiente.
Massimiliano Alvini appartiene alla seconda categoria.
Dopo due vittorie su tre in campionato, dopo aver dato continuità al lavoro e dopo una partita contro il Venezia (vinta 3-2) che il Frosinone ha prima dominato, poi rischiato di complicare e infine ripreso con le mani, con la testa e con il carattere, Alvini si presenta davanti ai microfoni e fa qualcosa di più di una semplice analisi tattica.
Alza la testa e dice, in sostanza: guardate che cosa stiamo facendo.
«Ma ragazzi, parliamoci chiaro».
È quasi una formula socratica. Come Socrate nell’agorà, Alvini non sembra voler impartire una lezione: vuole costringere gli altri a vedere ciò che hanno davanti agli occhi.
E allora arriva quella frase che dovrebbe essere appesa fuori dallo stadio, negli spogliatoi, nei bar, forse persino sui muri della città:
«Ci vuole tanta roba quello che sta facendo il Frosinone. Ma tanta, tanta roba. Rendetevene conto».
Non è soltanto entusiasmo. È un invito alla consapevolezza.
Perché il rischio, nel calcio come nella vita, è che ciò che funziona diventi rapidamente normale. La vittoria diventa un obbligo. I punti diventano una pretesa. La prestazione viene dimenticata appena termina la partita.
Alvini invece prova a fermare il tempo.
Dice: ricordatevi da dove veniamo.
Ricordatevi gli 81 punti dell’anno scorso.
Ricordatevi che siamo in Serie A.
Ricordatevi la partita straordinaria di Coppa Italia.
Ricordatevi questa vittoria contro il Venezia.
E soprattutto guardate come il Frosinone sta giocando.
Disciplina. Organizzazione. Un’idea. Una squadra che corre dentro un progetto.
È quasi una filosofia del presente.
Alvini, in questo senso, ricorda un po’ Eraclito: tutto scorre, niente rimane fermo, e una squadra vive dentro il cambiamento. Il Frosinone non è una fotografia: è un percorso. E il percorso va riconosciuto mentre lo si attraversa.
Ma c’è anche qualcosa di Nietzsche nel modo in cui Alvini rifiuta la mediocrità delle aspettative. Non basta vincere: bisogna avere il coraggio di riconoscere il valore di ciò che si sta costruendo. La vittoria non è soltanto il risultato sul tabellone; è la manifestazione di una volontà, di una disciplina, di una forma di identità.
E poi c’è un Alvini quasi poeta.
Perché quando ripete «è tanta roba, è tanta roba», la sua lingua perde la freddezza del comunicato stampa e acquista quella ripetizione tipica di chi vuole imprimere un’immagine nella testa di chi ascolta.
<Tanta roba.
Tanta, tanta roba.
Rendetevene conto>.
È una piccola poesia da conferenza stampa.
E dentro quelle parole c’è anche qualcosa di Pasolini, che del calcio aveva intuito la natura profondamente popolare, sentimentale e perfino linguistica. Il calcio non è soltanto ciò che accade sul campo: è il modo in cui una comunità interpreta se stessa.
E allora Alvini sembra dire al popolo del Frosinone: non trasformate questa stagione in un esame permanente. Vivetevela. Guardatela. Riconoscetene il valore.
Perché c’è una differenza enorme tra pretendere e accompagnare.
Il pubblico, oggi, ha risposto. Undicimila e trecentonovantanove abbonati. Un dato che Alvini non considera semplicemente statistico. Il pubblico «ci ha spinto, ci ha spinto tanto».
E qui il suo discorso diventa circolare: la squadra dà qualcosa alla gente e la gente restituisce qualcosa alla squadra.
È il calcio come patto.
Alvini non chiede soltanto applausi. Chiede consapevolezza.
E forse è proprio questa la cosa più interessante del suo magico mondo.
Un mondo nel quale si può vincere e, subito dopo, parlare degli errori. Si può soffrire e non perdere la lucidità. Si può andare dal 2-0 al 2-2 senza smarrire l’identità. Si può ammettere che per venti minuti si è smesso di fare «quello che sappiamo fare» e poi tornare a farlo.
È una filosofia molto semplice, quasi antica:
conosci te stesso.
Quando il Frosinone fa ciò che sa fare, diventa se stesso. Quando smette, perde la propria misura.
E Alvini sembra essere lì proprio per ricordarglielo.
Non è il profeta che promette il futuro. È il filosofo che indica il presente.
Non dice: «Vedrete cosa faremo».
Dice: «Guardate cosa stiamo già facendo».
Ed è una differenza enorme.
Perché nel calcio italiano siamo spesso bravissimi a giudicare ciò che manca e molto meno bravi a riconoscere ciò che esiste.
Alvini, questa sera, ha provato a invertire la prospettiva.
Ha preso una vittoria sofferta, una rimonta subita, il caldo, la paura del pubblico, la fatica, gli errori e i tre punti finali e li ha trasformati in una domanda collettiva:
ma ci rendiamo davvero conto di quello che sta facendo il Frosinone?
Forse è questo il suo vero messaggio.
Non accontentarsi.
Non esaltarsi.
Non lamentarsi.
Riconoscere.
Perché qualche volta, nel calcio, la cosa più difficile non è vincere.
È accorgersi di aver costruito qualcosa di bello mentre lo si sta ancora costruendo.
E allora sì, mister Alvini.
Ce ne dobbiamo rendere conto.